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giovedì, Novembre 25, 2021

ALLA RICERCA DI UN’IDENTITÀ

Un corretto gergo ed una corretta immagine di noi, sono il primo passo per un vero sviluppo e una vera accettazione del softair.

EGL AIRSOFT

La nostra è un’associazione molto dinamica, svolgiamo annualmente diversi eventi ed amichevoli, contiamo circa 30 operatori.


Quante volte avete sentito una descrizione simile? Magari anche voi, in un impeto di orgoglio, vi siete definiti operatori. Penso che lo abbiamo fatto prima o poi tutti.


Ma siamo davvero operatori? Perché usiamo questo termine? Ad avviso di scrive, lo abbiamo semplicemente traslato dal mondo militare, senza badarci troppo.


In verità il chiamarsi operatori altro non è che un sintomo, l’ennesimo, di una sostanziale crisi di identità del Softair. La stessa crisi di identità che ci porta ad andare al Mcdonald o al bar, prima e dopo il gioco, in mimetica, a descrivere la nostra attività come una simulazione militare ed in generale ad atteggiarci come veri guerrieri.


Si potrebbe obiettare che la mimetica è la nostra divisa da gioco, e che quindi è lecito indossarla. Si, ma no. Chi gioca a calcio si cambia negli spogliatoi e non va alla cena della società in divisa da gioco, come del resto chi fa nuoto non va al bar in costume dopo la gara. Noi, inoltre, abbiamo l’aggravante di dare un’immagine molto “militarista”. Se quindi un calciatore può andare al ristorante in braghette e scarpini, senza suscitare effetti particolari, noi non possiamo andarci in mimetica senza attirare l’attenzione. Possiamo dirci che è brutto e sbagliato, ma non possiamo ignorare questo fatto.


Anni fa un giocatore veterano mi disse: “gli stereotipi sui softgunner sono tutti veri”.


Aveva ragione. Basta vagare su Instagram e pagine Facebook o frequentare eventi e circuiti, per trovare foto con finti prigionieri con pistole alla nuca, club che vanno a zonzo in mimetica completa prima e dopo l’evento (ma costa tanto mettere una felpa?), persone che si descrivono come operatori, fucilieri etc.


Può essere spiacevole ammetterlo, ma noi siamo solo giocatori di Softair. Softgunners, se piace il termine. Per quanto mi riguarda potremmo anche, a certi livelli, definirci atleti. È un termine che ci darebbe certamente tutta la dignità di persone che praticano un’attività sportiva sana e dinamica. Di certo non siamo operatori.


Non è sbagliato usare questo termine in senso assoluto, né vestire la mimetica o postare foto “armati” sui social. Semplicemente bisogna distinguere i contesti. Sul campo, mentre vivo il mio film, posso chiamarmi operatore. Quando parlo in contesti non strettamente di gioco, accessibili ad estranei al settore, non posso usare questo termine, perchè darei un’immagine sbagliata.


Lo stesso vale per le mimetiche: sono la nostra tenuta da gioco, ma non è un buon motivo per passeggiarci in paese. Da un’immagine negativa a molte persone, è così ed è inutile e dannoso per noi raccontarsi belle favole sul fatto che le cose siano diverse.


Non è sbagliato neppure postare foto sui social, ma bisogna essere consapevoli di quella che è la sensibilità della pubblica opinione, e la pubblica opinione giudica male la foto di Ahmed, al secolo Mario Rossi, che interpreta il prigioniero talebano con la pistola alla nuca.


Più difficile è definirci: siamo sport di combattimento, siamo simulazione militare? Il migliore dei softgunner in un vero scontro a fuoco, in un vero combattimento, si ritroverebbe a piangere in posizione fetale. Un pugile, quando prende un pugno, lo prende davvero, se poi si trova in una rissa da bar, sa come dare e come incassare un cazzotto.

Il sofgunner non può dire di essersi già trovato in un combattimento a fuoco né di fare un’attività simile, perché tra un pallino ed un proiettile, tra la forma mentis del softgunner e quella di un combattente, ci sono molte, troppe differenze.

E c’è sempre il discorso opinione pubblica, avulsa a certi termini anche se ben spiegati: quindi, anche fosse lecito definirsi in un certo modo, non sarebbe comunque conveniente.


Definirci diventa in effetti difficile. Potremmo forse dire che siamo un’attività sportiva di opposizione, tra due o più giocatori/squadre, svolta impiegando dei giocattoli che riproducono le forme di armi, ma che sono del tutto innocui.
In effetti ci piazziamo su un piano molto simile a quello di un rievocatore storico, che sa maneggiare un moschetto od uno spadone, che simula un combattimento, ma che in una vera battaglia durerebbe 5 minuti.


Quella dell’attività sportiva di opposizione, per quanto bizzarra, è quindi forse la definizione migliore, tenuto conto di tutto.
È auspicabile che la comunità dei softgunner acquisisca consapevolezza di queste cose e sviluppi una sua identità, che non è quella di essere operatori che fanno missioni speciali, ma è quella di essere giocatori, atleti, che praticano un’attività sportiva all’aria aperta, che non simula azioni militari e non è realistica, ma che è divertente e innocua.


Un corretto gergo ed una corretta immagine di noi, sono il primo passo per un vero sviluppo ed una vera accettazione del Softair.

© EGL AIRSOFT

Immagine copertina by Specna Arms on Unsplash 


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